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STRUMENTI MUSICALI TRADIZIONALI
TA ORGANA (GLI STRUMENTI) Lo strumento musicale è l’attrezzo, “l’arma”
del musicista, come per il danzatore è il proprio corpo. Il suonatore deve
conoscere le potenzialità del suo strumento per poterle sfruttare
completamente. Questo vale per ogni musicista, l’organopectis tradizionale,
però, non si ferma a questo. Non gli basta ricavare il massimo delle possibilità
dello strumento con la sua abilità, ma dato che è anche il suo costruttore,
cerca sempre di ampliarle. Si tratta di una reale mania che colpisce i veri
organopectis tradizionali che si occupano in continuazione del loro strumento,
cercando di migliorarlo, anche se si tratta di strumenti moderni. In questo
modo, ed è una regola, non possono assolutamente esistere due strumenti
tradizionali perfettamente uguali, anche se sono stati costruiti dalla stessa
persona. La costruzione di uno strumento ha bisogno di
alcune conoscenze specifiche, che il musicista acquisisce dal suo maestro,
insieme al modo di suonare, e che completa chiedendo ad altri o copiando. Deve
sapere che tipo di legno (o pelle, o intestino, o canna) è quello più adatto
per la realizzazione di ciascuna delle
parti dello strumento, in che epoca va tagliato, come deve essere
seccato ed elaborato, in quale modo prenderà la forma adatta e come si unirà
agli altri pezzi dello strumento stesso. Esamineremo, di seguito, solo alcuni
di questi dettagli. I musicisti si incontrano ai panighiri e nei
kafenia e si scambiano informazioni o “rubano” l’uno dall’altro. Così, in ogni
zona si crea una “scuola” per la costruzione di strumenti che continua ad
arricchirsi con le sperimentazioni dei musicisti. Punto di riferimento, però,
sono le preferenze dei contadini, che non accettano facilmente cambiamenti al
suono e al modo di utilizzare lo strumento. Quando il musicista guadagnerà dei soldi,
potrà comprare uno strumento fatto da un’esperto. Nei vecchi tempi, in cui i
villaggi erano piuttosto poveri, il costo di un strumento che veniva dalla
città, non era indifferente. Questo presupponeva che il musicista fosse già
molto bravo e che avesse il lavoro assicurato per poter ammortizzare la spesa.
Altro presupposto era quello di superare le reazioni della sua famiglia perchè
il lavoro di musicista, era considerato una perdita di tempo ed era collegato
ad una vita difficile e precaria, visto che questo lavoro veniva svolto, per lo
più, dagli zingari (ghifti). Si intende, comunque, che era sempre un secondo
lavoro, non perchè non si guadagnassero soldi, ma perchè non si poteva stare
senza un’occupazione nei periodi in cui non c’erano panighiri e matrimoni. I nomi degli strumenti cambiano molto nelle
varie parti del paese. Di seguito, vedremo i nomi conosciuti, senza significare
che questi sono generalizzati. Tra l’altro, non esiste terminologia
generalizzata in tutto il campo della vita tradizionale. Perciò, quando ci
riferiamo ad uno strumento o nelle sue parti, è giusto utilizzare i termini
della zona alla quale ci riferiamo e possiamo impararli chiedendo ai vecchi
organopectis. Potremo, così, osservare che la maggior parte
dei nomi degli strumenti è di origine turca ed arabopersiana. Questo ha spinto
alcuni laografi, che non hanno conoscenze di etnologia, a dubitare della
provenienza degli strumenti e della musica tradizionale. Altri hanno cercato di
ridefinirli con parole greche o addirittura con parole europee.
Scientificamente, però, è sbagliato confondere la provenienza di un oggetto con
l’origine del suo nome. Naturalmente, si dimostra che, la maggior
parte degli strumenti musicali, era conosciuta dai bizantini e dai Greci
antichi, i quali probabilmente li avevano appresi da altri popoli. Questo, però, non ha molta importanza quanto il fatto che
questi strumenti sono stati adottati dal popolo greco e non gli sono stati
imposti, si sono immedesimati a loro e si tramandano da generazione a
generazione, per secoli. Perciò, i nomi sono parte della tradizione quanto gli
strumenti, e si devono conservare indipendentemente dalla loro provenienza
iniziale. Di seguito vedremo gli strumenti più diffusi
utilizzati nella musica tradizionale greca. Inizieremo da quelli di semplice
costruzione e finiremo con quelli più complessi. Alcuni di questi (come il
clarino), in base alla loro costruzione,
non hanno la possibilità di suonare le note della musica greca; sono però, così
diffusi che sono stati, comunque,
catalogati. Non faremo riferimento ai molti strumenti che vengono usati
“localmente” (la fisarmonica dei Greci della Tracia del Nord oppure le cornette
della Macedonia dell’Ovest) e ad altri che non sono collegati con la danza (i
campanacci, i fischietti ecc.) e che si usano solo nelle feste di Carnevale. DEFI
E’
uno strumento conosciuto in tutta TUMBELEKI
Come in tutti gli strumenti “a pelle”, i suoni
forti e profondi si producono battendo al centro del cerchio, mentre i più
deboli e secchi, si ottengono battendo vicino alle estremità. Perciò, colui che
suona il tumbeleki, con la mano destra mantiene il ritmo principale, mentre con
la mano sinistra suona ritmi secondari che arricchiscono la musica. Questo ha
un’importanza particolare per il danzatore, per il quale, la battuta forte
della mano destra indica il primo passo della danza, mentre le battute
secondarie, indicano i passi intermedi ed altri movimenti. TUMBANO O
DAULI La sua forma è cilindrica, ha una pelle tesa
ai due lati e non si suona a mani nude ma con due legni. E’ lo strumento da
ritmo più diffuso e si presenta con diversi modi nella costruzione e nelle
misure, secondo la zona e la persona che lo suona (tumbaniaris). In molte parti
della Grecia, lo si conosce nella misura più grande, e si chiama “dauli”.
Il suonatore sta in piedi con il “dauli”
appeso davanti a sè, con una cintura che parte
dalla sua spalla sinistra, in modo tale che, la parte superiore dello
strumento, si trovi alla sua destra. La sua mano destra è libera e tiene il
“kòpanos”, mentre la sinistra si appoggia al cerchio sinistro e tiene la
“verga”. Con la punta di “kòpanos”, batte al centro della parte destra,
provocando così un suono forte e profondo che dà il ritmo primario. Con la sua
mano sinistra, batte con la “verga” il lato sinistro dello strumento, non con
la punta, ma con tutta la sua lunghezza, producendo così, un suono secco e
debole, che si ripete velocemente. Le battute del “dauli” hanno un’importanza
primaria per il danzatore, perchè è questo che guida i suoi passi. La misura
deve essere grande affinchè venga sentito bene nelle feste all’aperto, per non
lasciar abbassare il livello del
divertimento. La struttura deve essere solida per permettere la buona
stesura delle pelli. I bravi suonatori di “dauli” riescono a produrre un suono
che risulta in perfetta armonia con lo strumento che accompagnano. Le due mani
devono suonare diversamente, come se fossero due strumenti diversi. La parte
destra definisce il ritmo primario che guida la danza, senza però essere
monotono. La parte sinistra, la “verga”, arricchisce in continuazione il ritmo,
analizzandolo in modi diversi. Il danzatore principiante “sente” il “kòpanos”,
mentre quello esperto “conversa” con la “verga”. Oggi, i bravi suonatori di “dauli” sono pochi.
In molte zone, si usano tumbani più piccoli, che sono più facili da suonare e
manovrare, come il “tamburlo” nella Grecia continentale e il “tumbì” nelle
Isole. Questi ultimi vengono suonati con le mani o con “tumbòxila”, però solo
da una parte, e accompagnano tutti gli strumenti locali o le canzoni. FLOGHERA Dei “kalàmia” (canne), come si chiamano in generale
gli strumenti a fiato, la floghera è relativamente facile nella costruzione ma
abbastanza difficile da suonare. La più semplice è formata da un pezzo di
canna, della lunghezza di un palmo ed ha generalmente 6 fori davanti ed 1
dietro. Sono più elaborate le flogheres che si fanno con legno scolpito, nelle
quali si deve scavare con pazienza la parte interna di un ramo e poi aprire i
fori ai punti giusti. Flogheres preziose, sono quelle che si fanno utilizzando
l’osso d’ala di un uccello, perchè danno un suono particolare. Le flogheres
grandi (“tzamares” in Epiro, “kavalia” in Tracia, “skipitares” all’Isola di
Eubea), arrivano ad 1 mt di lunghezza e sono di legno, tubi di bronzo oppure canne di armi vecchie.
SURAVLI Il suravli si differenzia dalla floghera, per
il fatto che, da un lato, è chiuso con un tappo, nel quale viene praticato un
piccolo taglio, dal quale si soffia. Più in basso, viene tagliata la “bocca”,
cioè un foro rettangolare come in un fischietto. Ancora più giù, come la
floghera, ha 5, 6 o 7 fori rotondi, che si chiudono con le dita ed un foro,
nella parte posteriore, che si chiude con il pollice. Si suona, appoggiato
verticalmente sulle labbra ed è molto più facile, nel “soffio”, dalla floghera. Viene usato nelle Isole (non molto diffuso) e
nella Grecia del Nord (più diffuso). Nelle Isole Cicladi, due suravli diversi
vengono suonati insieme, legati tra loro, il “disavli”, mentre a Cipro, si
suonano due suravli uguali “pithkiavlià”, tenendoli in una certa angolazione
tra loro. MANDURA Un terzo tipo
di floghera, che incontriamo principalmente a Creta, è la mandura. In questa,
un lato del tubo è chiuso e sotto la chiusura c’è un “taglio storto” che crea
una membrana vibrante, il “glossidi”. Il suonatore di mandura ha il lato della
canna con il “glossidi” dentro la bocca, e soffia da lì. La mandura viene
costruita con una canna fine, della lunghezza di un palmo, con 4 o 5 fori.
Produce un suono penetrante e continuo. Altre volte è formata da due pezzi, uno
dentro l’altro: uno più piccolo con il “glossidi” e uno più grande con i fori.
Così, quando il “glossidi” appare danneggiato, non si è costretti a buttare via
tutta la mandura. Al contrario dal suravli, e specialmente dalla
floghera, il “soffio” nella mandura non presenta difficoltà, perchè non dipende
dalle labbra del suonatore ma dal glossidi. Il suonatore, semplicemente cerca
di fornire costantemente d’aria la mandura, tenendo gonfie le sue guancie. Il
prossimo passo sembra facile: aggiungere una sacca al lato della mandura, in
modo di depositare molta aria. Arriviamo così alla “askomandura” o “tsambuna”. TSAMBUNA
Ad un piede è fissato lo “stòmio” (fatto di
canna, osso o legno), da dove soffia il suonatore. Per non perdere l’aria,
quando smette di soffiare, chiude il foro con le labbra oppure piega il tubo.
Alcune volte, per questo scopo, alla parte inferiore dello “stòmio” è fissato
un pezzo di pelle che chiude lo “stòmio” nel momento in cui c’è il ritorno
dell’aria. Ad un altro piede è fissata la “tsambuna” che è composta da due
canne con “glossidi”, messi in parallelo, dentro una vaschetta di legno che
finisce a forma d’imbuto. Le due canne, hanno la stessa lunghezza (circa Il musicista, suonando, mantiene costante la
pressione dell’aria, soffiando dallo stomio o premendo la sacca con il suo
braccio. Fa suonare le due canne con le dita, non separatamente, ma come se
fosse una, cioè, con lo stesso dito chiude i due fori. Il suono della tsambuna
non dipende solo dalla sua costruzione o manutenzione, ma anche dalle
condizioni atmosferiche, perché questo strumento è molto influenzato
dall’umidità presente nell’aria. I “bibikia”, si preparano con grande
attenzione, in modo da produrre lo stesso suono, anche se, una piccola
differenza di armonia tra loro, dà una nota di “personalità” allo strumento. La tsambuna, (come la gainda) è, per
eccellenza, uno strumento per le danze, perchè suona forte, senza pause, con un
accento penetrante, che stimola i sensi e provoca “kefi”. E’ ideale per una
festa rumorosa all’aperto e non per un’ intrattenimento familiare in ambiente
chiuso. Difficilmente lega con le canzoni o con altri strumenti, spesso con
“tumpì” o “lira”. Può, invece, da sola, mantenere alto il livello del
divertimento, per molte ore, qualità difficilmente raggiungibile da un altro
strumento. GAINDA
La canna principale (gaitanitsa) ha 6 o 7 fori
di misura diversa, forma cilindrica o finisce ad “imbuto” ed ha anche un
“bibiki” applicato nella parte superiore. A parte i fori che si “suonano” con
le dita, il suonatore apre altri fori, in punti diversi della canna, per
migliorare il suo suono. Questi fori rimangono sempre aperti o si chiudono con
la cera. La gainda è diffusa in Macedonia e Tracia e
molti anni fa, si suonava anche nel resto della Grecia continentale. Gainda con
più di un “burì”, come quelle che si incontrano in Sud Europa e in Scozia, non
sono conosciute in Grecia. Come la tsambuna, è uno strumento che si presta per
la danza in modo particolare. Suona da sola o è accompagnata da “dacharè” (in
Macedonia), “dauli” o “tubeleki” (in Tracia). ZURNAS Il zurnas, nel passato, era lo strumento più
diffuso nella Grecia continentale e nelle Isole. Viene suonato abitualmente
dagli zingari ed è ancora oggi, lo strumento principale in molte feste, dove
almeno non è stato sostituito dal clarino, dal Peloponneso fino alla Macedonia.
E’ un tubo a forma di imbuto o campana. Si costruisce, scolpendo legno duro
(noce, quercia, olivo, ciliegio ecc.), oppure da foglie di bronzo (in questo
caso la qualità del suono risulta inferiore). Zurnas viene denominato a Rumeli
(Grecia centrale), dove si preferisce corto (20- La caratteristica principale di zurnas è il “tsambuni” o “pipini”. E’ un
piccolo pezzo di canna molto fina, di cui un lato è fissato nella parte
superiore di zurnas. L’altro lato, viene “mozzicato”, per creare due linguette
sottili, da dove passa l’aria che le fa vibrare. Così si produce il suono che
passa nel tubo. Il “tsambuni” è molto sensibile e c’è bisogno di grande
attenzione durante la sua costruzione: si deve trovare la canna giusta e
tagliarla al momento opportuno, farla seccare per il tempo dovuto, darle la
forma adeguata e conservarla bene fino al suo utilizzo. Il suonatore ha sempre
con se molti “pipinia”, perchè si consumano dopo alcune ore di utilizzo. Suonare il zurnas è molto faticoso perchè
bisogna soffiare aria in continuazione. Il suonatore, ha le guance sempre
gonfie e respira con il naso, senza smettere di soffiare, premendo le sue
labbra sulla rotella metallica che ha lo strumento, proprio per questo scopo, e che si chiama “furla”. Il suono è
forte e penetrante, adatto per feste all’aperto. Sono accompagnati sempre da
“dauli” e più spesso da un secondo zurnas che si chiama “bassadoros” e tiene
“l’isso” (la tonalità). Il primo zurnas, suona la melodia e si chiama
“màstoras” o “primadoros”, mentre il “bassadoros” tiene la tonalità e continua
la melodia, quando il primo respira. In questo modo, si può dire che un’orchestra
completa è composta da 2 zurnas e 1 dauli. CLARINO Il clarino ha fatto la sua apparizione in
Grecia, dopo gli altri strumenti, all’inizio dell’800. In teoria, si tratta di
una specie di grande tsambuna, dal momento che il suono iniziale è prodotto da
un “glossidi” singolo, dove i fori del tubo si chiudono con tappi (klidià) e
non direttamente con le dita. Inizialmente, si è cercato di costruire questo
strumento in loco, visti i prezzi di quelli arrivati dall’estero, ma alla fine,
quelli importati hanno dominato.
I vantaggi pratici che offre il clarino in
confronto agli altri strumenti tradizionali, sono importanti. E’ meno stancante
al soffio, ha un suono più forte, è più resistente ma soprattutto ha delle
capacità melodiche decisamente superiori. Il suonatore di clarino può abbellire
la melodia, aggiungendo delle note ed utilizzando varie tecniche, a tal punto
che spesso, la forma tradizionale della melodia stessa, si fa irriconoscibile.
Perciò, il clarino è stato adottato dai musicisti professionisti ed è diventato
lo strumento principale dell’orchestra, accanto al violino, santuri e liuto. Molti suonatori di clarino hanno iniziato
suonando floghera, come pastori, ed hanno comprato il clarino dopo i prmi
guadagni. Molti zingari, inoltre, hanno lasciato il zurnas per il clarino. Così
il clarino, è diventato sinonimo della musica tradizionale nella Grecia
continentale. La differenza principale tra il clarino e gli
strumenti descritti sopra, è che non è costruito dall’ organopectis
(musicista), ma viene acquistato e non accetta alcuna modifica. Il suonatore di
clarino non ha la possibilità di aprire altri fori sul tubo, per trovare il
suono desiderato, come a tsambuna e al zurnas. Anche se il clarino è stato
costruito per la musica occidentale, il suonatore tradizionale, cha ha imparato
la musica greca, cerca in modi diversi di tornare verso questa, cercando di
darle i suoni della scala naturale. LIRA La lira è lo strumento principale della musica
di Creta. Negli anni passati era diffusa in tutta Il corpo della lira ha la lunghezza di 40-
Il suonatore, mentre suona la melodia con la
prima o la seconda corda, tocca contempraneamente, con l’arco, la corda
accanto, in modo tale di sentire un “isso”. Nel passato, l’arco era curvato, da
peli dalla coda di cavallo, con alcune campanelle (gerakokuduna), per sottolineare
il ritmo con i suoi movimenti. Oggi si usa l’arco del violino. KEMENTSES La forma di kementsès è molto somigliante ad
una lunga scatola che si restringe in
alto e finisce a “kefali” (testa). La lunghezza è di 50-
I Greci della Cappadocia suonavano uno
strumento simile che si chiama kemanès. La particolarità di kemanès è quella di
avere, oltre alle 6 corde che sono suonate dall’arco, altre 6 corde, in una seconda fila situata
sotto le prime, che vibrano in sintonia con le altre. VIOLI’ Lo sviluppo progressivo degli strumenti, come
la lira, ha portato ad uno strumento più completo che è il violino. Ci sono
riferimenti su musicisti Greci, che suonavano violini nel XVII secolo. Dopo
aver conquistato sia la musica tradizionale, sia quella europea, il violino
sembra voler sostituire la lira greca,
perchè offre delle potenzialità tecniche superiori. Ha 4 corde, accordate in
sol-re-la-mi e si suona con un’arco lungo e dritto. I musicisti tradizionali,
che hanno iniziato con la lira, lo accordano “alla turca”, cioè sol-re-la-re e
lo tengono verticalmente davanti a sè, come la lira.
LAUTO Lo strumento d’accompagnamento, per
eccellenza, in tutta Può
arrivare fino alla lunghezza di 1 mt.:
mezzo metro è la “cassa” (skafi) e l’altro
mezzo è il “cheri” o “maniki” (mano)
e il “kefali” o “karavolas” (testa). La cassa
è composta da “dùghies”, cioè,
striscie di legno duro che sono state
curvate, mettendole in alcune sagome particolari (kalùpia). Più striscie ha la
“cassa”, meglio viene la curva ed il suono. Il “cheri” ha dei tasti mobili
(berdedes), in modo tale che il suonatore può regolare lo strumento secondo le
sue condizioni e la scala che vuole eseguire.
L’orchestra delle Isole è generalmente
composta da lira e lauto oppure violino e lauto oppure santuri e lauto. Nel
continente il lauto accompagna il clarino, mentre l’orchestra è composta da
clarino, violino, lauto e santuri. Qualche volta, quando non c’è il lauto,
vengono messe ad una chitarra 8 corde,
accordate come il lauto, questo strumento viene
chiamato lautochitarra. UTI E’ lo strumento principale della musica
orientale e forse il più antico, che conserva ancora oggi, la sua forma
iniziale. Nel modo di costruirlo, l’uti ha delle somiglianze con il lauto. Ha
una simile grande cassa ma il “cheri” (mano) è molto corto senza tasti
(berdedes).
BUZUKI E BAGLAMAS Il buzuki appartiene ad una grande famiglia di
strumenti, le cui radici arrivano fino all’antichità. Il nome iniziale era
“pandura” (noto strumento dei bizantini), che con il tempo si trasforma in
“tambura”. A questa famiglia appartiene anche il lauto. Caratteristiche comuni
di questi strumenti sono: la cassa a forma di pera (semisferica), il “cheri”
(mano) lungo, con tasti mobili (berdedes) e le 3 o 4 corde, spesso doppie. Il “sazi” e la “tambura” hanno cassa piccola e
“mano” lunga. Sono adatti a suonare canzoni in piccoli spazi. Non si suonano
più in Grecia dall’inizio del ‘900. Il mandolino viene suonato ancora nelle
Isole dello Ionio e a Patrasso. Precedentemente, era molto diffuso in tutte le
città dell’Egeo ed era l’unico strumento che veniva imparato dalle ragazze. La
chitarra era meno diffusa perchè collegata alla musica europea.
Il baglamas è un buzuki in miniatura, con 3
corde singole o doppie. In una lunghezza media, si chiama “karaduzeni”. Si
accorda su una ottava più alta del buzuki. Viene costruito con facilità, spesso
nelle carceri, sulle navi o nell’esercito, perchè ha il vantaggio delle piccole
dimensioni e può essere trasportato ovunque.
Al contrario del “sazi” e della “tambura”, che
suonano solo note di musica orientale, il buzuki e il baglamas hanno tasti che
permettono note di una scala precisa (toni e semitoni europei). SANTURI E
KANONAKI Questi strumenti sono parenti, perchè hanno
entrambi cassa a forma di trapezio e profondità di pochi centimetri. Così, il
suonatore non tiene lo strumento in mano ma lo appoggia davanti a sè,
orizzontalmente, sulle sue ginocchia, su
un tavolinetto o appeso al collo, quando suona camminando. La grande larghezza
della cassa a forma di trapezio (circa
Il kanonaki, ha una
particolarità, che gli conferisce il titolo dello strumento perfetto della
musica greca ma anche mondiale. Sotto le corde, ha una serie di membrane
metalliche mobili che, quando si alzano, funzionano come tasti mobili, cioè
diminuiscono di alcuni millimetri la lunghezza della corda. Queste membrane, si
chiamano “mandalàkia”. Il suonatore, mentre suona, può alzare o abbassare il
“madalàki” desiderato, cambiando così il suono della corda, di un piccolissimo
spazio di nota. In questo modo, si dà la possibilità di suonare con assoluta
precisione, tutte le note della musica orientale, e di conseguenza, in tutte le
sue scale possibili. Con altri strumenti, una cosa simile è impensabile (quando
hanno tasti fissi), oppure può essere possibile solo se un suonatore ha
incredibili capacità.
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