La danza di Teseo
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STRUMENTI MUSICALI TRADIZIONALI

TA ORGANA (GLI STRUMENTI)

 

Lo strumento musicale è l’attrezzo, “l’arma” del musicista, come per il danzatore è il proprio corpo. Il suonatore deve conoscere le potenzialità del suo strumento per poterle sfruttare completamente. Questo vale per ogni musicista, l’organopectis tradizionale, però, non si ferma a questo. Non gli basta ricavare il massimo delle possibilità dello strumento con la sua abilità, ma dato che è anche il suo costruttore, cerca sempre di ampliarle. Si tratta di una reale mania che colpisce i veri organopectis tradizionali che si occupano in continuazione del loro strumento, cercando di migliorarlo, anche se si tratta di strumenti moderni. In questo modo, ed è una regola, non possono assolutamente esistere due strumenti tradizionali perfettamente uguali, anche se sono stati costruiti dalla stessa persona.

La costruzione di uno strumento ha bisogno di alcune conoscenze specifiche, che il musicista acquisisce dal suo maestro, insieme al modo di suonare, e che completa chiedendo ad altri o copiando. Deve sapere che tipo di legno (o pelle, o intestino, o canna) è quello più adatto per la realizzazione di ciascuna delle  parti dello strumento, in che epoca va tagliato, come deve essere seccato ed elaborato, in quale modo prenderà la forma adatta e come si unirà agli altri pezzi dello strumento stesso. Esamineremo, di seguito, solo alcuni di questi dettagli.

I musicisti si incontrano ai panighiri e nei kafenia e si scambiano informazioni o “rubano” l’uno dall’altro. Così, in ogni zona si crea una “scuola” per la costruzione di strumenti che continua ad arricchirsi con le sperimentazioni dei musicisti. Punto di riferimento, però, sono le preferenze dei contadini, che non accettano facilmente cambiamenti al suono e al modo di utilizzare lo strumento.

Quando il musicista guadagnerà dei soldi, potrà comprare uno strumento fatto da un’esperto. Nei vecchi tempi, in cui i villaggi erano piuttosto poveri, il costo di un strumento che veniva dalla città, non era indifferente. Questo presupponeva che il musicista fosse già molto bravo e che avesse il lavoro assicurato per poter ammortizzare la spesa. Altro presupposto era quello di superare le reazioni della sua famiglia perchè il lavoro di musicista, era considerato una perdita di tempo ed era collegato ad una vita difficile e precaria, visto che questo lavoro veniva svolto, per lo più, dagli zingari (ghifti). Si intende, comunque, che era sempre un secondo lavoro, non perchè non si guadagnassero soldi, ma perchè non si poteva stare senza un’occupazione nei periodi in cui non c’erano panighiri e matrimoni.

I nomi degli strumenti cambiano molto nelle varie parti del paese. Di seguito, vedremo i nomi conosciuti, senza significare che questi sono generalizzati. Tra l’altro, non esiste terminologia generalizzata in tutto il campo della vita tradizionale. Perciò, quando ci riferiamo ad uno strumento o nelle sue parti, è giusto utilizzare i termini della zona alla quale ci riferiamo e possiamo impararli chiedendo ai vecchi organopectis.

Potremo, così, osservare che la maggior parte dei nomi degli strumenti è di origine turca ed arabopersiana. Questo ha spinto alcuni laografi, che non hanno conoscenze di etnologia, a dubitare della provenienza degli strumenti e della musica tradizionale. Altri hanno cercato di ridefinirli con parole greche o addirittura con parole europee. Scientificamente, però, è sbagliato confondere la provenienza di un oggetto con l’origine del suo nome.

Naturalmente, si dimostra che, la maggior parte degli strumenti musicali, era conosciuta dai bizantini e dai Greci antichi, i quali probabilmente li avevano appresi  da altri popoli. Questo, però,  non ha molta importanza quanto il fatto che questi strumenti sono stati adottati dal popolo greco e non gli sono stati imposti, si sono immedesimati a loro e si tramandano da generazione a generazione, per secoli. Perciò, i nomi sono parte della tradizione quanto gli strumenti, e si devono conservare indipendentemente dalla loro provenienza iniziale.

Di seguito vedremo gli strumenti più diffusi utilizzati nella musica tradizionale greca. Inizieremo da quelli di semplice costruzione e finiremo con quelli più complessi. Alcuni di questi (come il clarino), in base alla  loro costruzione, non hanno la possibilità di suonare le note della musica greca; sono però, così diffusi che  sono stati, comunque, catalogati. Non faremo riferimento ai molti strumenti che vengono usati “localmente” (la fisarmonica dei Greci della Tracia del Nord oppure le cornette della Macedonia dell’Ovest) e ad altri che non sono collegati con la danza (i campanacci, i fischietti ecc.) e che si usano solo nelle feste di Carnevale.

 

 

DEFI

 

Iniziamo con lo strumento più semplice sia per il modo in cui è costruito sia per la facilità nel suonarlo: il defi. E’ un cilindro corto, coperto da un lato con una pelle tesa. Il suo diametro varia da 20 a 60 cm, ed è da questa misura che, principalmente, dipende il suo suono. Lungo il perimetro, solitamente ha “zìlia”, cioè coppie di dischi di bronzo che suonano ad ogni battuta. Può essere utilizzato qualsiasi tipo di pelle: pecora, capra, maiale. Per la costruzione di strumenti più grandi, si preferisce pelle di capra o ancora meglio di asino. Si suona tenendolo con la mano sinistra e battendolo con il palmo della mano destra, con le dita o con altre parti del corpo.

         E’ uno strumento conosciuto in tutta la Grecia. Accompagna tutti gli strumenti o viene suonato da solo per dare il ritmo alla canzone o alla danza. Era particolarmente diffuso in Asia Minore, dove veniva suonato dalle donne nel momento in cui volevano passare del tempo insieme e divertirsi tra loro. In Epiro, hanno grandi “defi” con suono profondo, in Macedonia hanno dimensioni ancora più grandi e si chiamano “dacharedes” o “dairedes”. A Cipro,  il “defi” è costruito con il setaccio e prende il nome di  “tsambutsa’”.

 

TUMBELEKI

 

Il tumbeleki è un contenitore mettalico o di creta, stretto al centro e aperto ai due lati. Nella parte superiore, che è un pò più larga,  la pelle viene tesa con delle corde mentre la parte inferiore rimane aperta. Si suona con due mani, viene fissato tra le cosce o sotto il braccio sinistro, appendendolo alla spalla. Si chiama anche “tarabuka” o “stamna”. Si usa in Tracia, in Macedonia ed anche alle Isole dell’Egeo dell’Est. Accompagna qualsiasi altro strumento ed è particolarmente adatto ai ritmi veloci.

Come in tutti gli strumenti “a pelle”, i suoni forti e profondi si producono battendo al centro del cerchio, mentre i più deboli e secchi, si ottengono battendo vicino alle estremità. Perciò, colui che suona il tumbeleki, con la mano destra mantiene il ritmo principale, mentre con la mano sinistra suona ritmi secondari che arricchiscono la musica.

Questo ha un’importanza particolare per il danzatore, per il quale, la battuta forte della mano destra indica il primo passo della danza, mentre le battute secondarie, indicano i passi intermedi ed altri movimenti.

 

TUMBANO O DAULI

 

La sua forma è cilindrica, ha una pelle tesa ai due lati e non si suona a mani nude ma con due legni. E’ lo strumento da ritmo più diffuso e si presenta con diversi modi nella costruzione e nelle misure, secondo la zona e la persona che lo suona (tumbaniaris). In molte parti della Grecia, lo si conosce nella misura più grande, e si chiama “dauli”.

 

La sua altezza arriva fino a 60 cm e il suo diametro a 1 mt. La struttura cilindrica è di legno ed ha piccoli fori per far uscire l’aria che è chiusa all’interno. Ogni pelle si tende sopra un cerchio, in seguito i due cerchi si applicano ai lati e si legano tra loro con una corda. Stringendo la corda, si può “accordare” lo strumento, cioè, tendere di più le pelli, cercando di tirare di più la parte inferiore e meno quella superiore. Si suona con due pezzi di legno “daulòxila” o “tumbanòxila”, dei quali, uno è piu grosso e si chiama “kòpanos”, l’altro, piu fino,  si chiama “verga”.

Il suonatore sta in piedi con il “dauli” appeso davanti a sè, con una cintura che parte  dalla sua spalla sinistra, in modo tale che, la parte superiore dello strumento, si trovi alla sua destra. La sua mano destra è libera e tiene il “kòpanos”, mentre la sinistra si appoggia al cerchio sinistro e tiene la “verga”. Con la punta di “kòpanos”, batte al centro della parte destra, provocando così un suono forte e profondo che dà il ritmo primario. Con la sua mano sinistra, batte con la “verga” il lato sinistro dello strumento, non con la punta, ma con tutta la sua lunghezza, producendo così, un suono secco e debole, che si ripete velocemente.

Le battute del “dauli” hanno un’importanza primaria per il danzatore, perchè è questo che guida i suoi passi. La misura deve essere grande affinchè venga sentito bene nelle feste all’aperto, per non lasciar abbassare il livello del  divertimento. La struttura deve essere solida per permettere la buona stesura delle pelli. I bravi suonatori di “dauli” riescono a produrre un suono che risulta in perfetta armonia con lo strumento che accompagnano. Le due mani devono suonare diversamente, come se fossero due strumenti diversi. La parte destra definisce il ritmo primario che guida la danza, senza però essere monotono. La parte sinistra, la “verga”, arricchisce in continuazione il ritmo, analizzandolo in modi diversi. Il danzatore principiante “sente” il “kòpanos”, mentre quello esperto “conversa” con la “verga”.

Oggi, i bravi suonatori di “dauli” sono pochi. In molte zone, si usano tumbani più piccoli, che sono più facili da suonare e manovrare, come il “tamburlo” nella Grecia continentale e il “tumbì” nelle Isole. Questi ultimi vengono suonati con le mani o con “tumbòxila”, però solo da una parte, e accompagnano tutti gli strumenti locali o le canzoni.

 

FLOGHERA

 

Dei “kalàmia” (canne), come si chiamano in generale gli strumenti a fiato, la floghera è relativamente facile nella costruzione ma abbastanza difficile da suonare. La più semplice è formata da un pezzo di canna, della lunghezza di un palmo ed ha generalmente 6 fori davanti ed 1 dietro. Sono più elaborate le flogheres che si fanno con legno scolpito, nelle quali si deve scavare con pazienza la parte interna di un ramo e poi aprire i fori ai punti giusti. Flogheres preziose, sono quelle che si fanno utilizzando l’osso d’ala di un uccello, perchè danno un suono particolare. Le flogheres grandi (“tzamares” in Epiro, “kavalia” in Tracia, “skipitares” all’Isola di Eubea), arrivano ad 1 mt di lunghezza e sono di legno,  tubi di bronzo oppure  canne di armi vecchie.

La floghera è un cilindro aperto ai due lati. Si suona appoggiando un lato, non perfettamente dritto, sulle labbra e si soffia in modo tale che l’aria colpisca la parete e  produca il suono. I tre fori superiori si chiudono con le dita della mano sinistra, i tre inferiori, con quelle della mano destra. Con un soffio leggero, si producono le note basse, mentre soffiando più forte, si producono le stesse note più alte di un’ottava. La floghera è, per eccellenza, lo strumento dei pastori, dall’epoca antica. La floghera viene apprezzata meglio se ascoltata da sola e non si presta alla collaborazione con altri strumenti, perciò raramente si suona nelle feste.

 

SURAVLI

 

Il suravli si differenzia dalla floghera, per il fatto che, da un lato, è chiuso con un tappo, nel quale viene praticato un piccolo taglio, dal quale si soffia. Più in basso, viene tagliata la “bocca”, cioè un foro rettangolare come in un fischietto. Ancora più giù, come la floghera, ha 5, 6 o 7 fori rotondi, che si chiudono con le dita ed un foro, nella parte posteriore, che si chiude con il pollice. Si suona, appoggiato verticalmente sulle labbra ed è molto più facile, nel “soffio”, dalla floghera.

Viene usato nelle Isole (non molto diffuso) e nella Grecia del Nord (più diffuso). Nelle Isole Cicladi, due suravli diversi vengono suonati insieme, legati tra loro, il “disavli”, mentre a Cipro, si suonano due suravli uguali “pithkiavlià”, tenendoli in una certa angolazione tra  loro.

 

 

MANDURA

 

Un terzo tipo di floghera, che incontriamo principalmente a Creta, è la mandura. In questa, un lato del tubo è chiuso e sotto la chiusura c’è un “taglio storto” che crea una membrana vibrante, il “glossidi”. Il suonatore di mandura ha il lato della canna con il “glossidi” dentro la bocca, e soffia da lì. La mandura viene costruita con una canna fine, della lunghezza di un palmo, con 4 o 5 fori. Produce un suono penetrante e continuo. Altre volte è formata da due pezzi, uno dentro l’altro: uno più piccolo con il “glossidi” e uno più grande con i fori. Così, quando il “glossidi” appare danneggiato, non si è costretti a buttare via tutta la mandura.

Al contrario dal suravli, e specialmente dalla floghera, il “soffio” nella mandura non presenta difficoltà, perchè non dipende dalle labbra del suonatore ma dal glossidi. Il suonatore, semplicemente cerca di fornire costantemente d’aria la mandura, tenendo gonfie le sue guancie. Il prossimo passo sembra facile: aggiungere una sacca al lato della mandura, in modo di depositare molta aria. Arriviamo così alla “askomandura” o “tsambuna”.

 

TSAMBUNA

 

La tsambuna è molto diffusa nelle Isole del mar Egeo e molto poco nel resto della Grecia. I Cretesi la chiamano “askomandura” e quelli di Pontos, “turlum zurnà”. Si costruisce con la pelle di capra o pecora, solo che l’animale deve essere spellato con molta attenzione, per non provocare danni alla pelle. Per tenere morbida la pelle, la si fa asciugare con il sale per molti giorni e poi pulita con l’aceto o con la cenere. Si taglia, poi, le pelle stessa con le forbici o, altrimenti viene rasata; in seguito, chiuse le aperture, si rovescia e la si  riempie di aria.

Ad un piede è fissato lo “stòmio” (fatto di canna, osso o legno), da dove soffia il suonatore. Per non perdere l’aria, quando smette di soffiare, chiude il foro con le labbra oppure piega il tubo. Alcune volte, per questo scopo, alla parte inferiore dello “stòmio” è fissato un pezzo di pelle che chiude lo “stòmio” nel momento in cui c’è il ritorno dell’aria. Ad un altro piede è fissata la “tsambuna” che è composta da due canne con “glossidi”, messi in parallelo, dentro una vaschetta di legno che finisce a forma d’imbuto. Le due canne, hanno la stessa lunghezza (circa 20 cm) e riportano 5 fori per le dita. Alcune volte, la canna di destra ha meno fori oppure nessuno, mentre quella di sinistra ne ha sempre 5. Le parti estreme con i “glossidi” (bibikia), sono mobili, per poter essere sostituite quando si consumano o si guastano.

Il musicista, suonando, mantiene costante la pressione dell’aria, soffiando dallo stomio o premendo la sacca con il suo braccio. Fa suonare le due canne con le dita, non separatamente, ma come se fosse una, cioè, con lo stesso dito chiude i due fori. Il suono della tsambuna non dipende solo dalla sua costruzione o manutenzione, ma anche dalle condizioni atmosferiche, perché questo strumento è molto influenzato dall’umidità presente nell’aria. I “bibikia”, si preparano con grande attenzione, in modo da produrre lo stesso suono, anche se, una piccola differenza di armonia tra loro, dà una nota di “personalità” allo strumento.

La tsambuna, (come la gainda) è, per eccellenza, uno strumento per le danze, perchè suona forte, senza pause, con un accento penetrante, che stimola i sensi e provoca “kefi”. E’ ideale per una festa rumorosa all’aperto e non per un’ intrattenimento familiare in ambiente chiuso. Difficilmente lega con le canzoni o con altri strumenti, spesso con “tumpì” o “lira”. Può, invece, da sola, mantenere alto il livello del divertimento, per molte ore, qualità difficilmente raggiungibile da un altro strumento.

 

GAINDA

 

La gainda è uno strumento con la sacca (come la tsambuna), ma più grande. Si differenzia dal fatto che la melodia viene suonata da una canna e non da due come nella tsambuna. Ha, inoltre, una seconda canna, con suono costante che si chiama “burì”. Questo è un tubo di legno di oltre 50 cm di lunghezza, che si divide in tre parti. Nella prima parte, in quella che si fissa alla sacca, si inserisce internamente il “bibiki”, costruito da una canna fine, tagliata storta per creare il “glossidi” e seccata sul fuoco per assorbirne l’umidità. Il “burì”, suona sempre la stessa nota, regolata un’ottava più bassa dalla tonalità dell’altra canna, che si chiama “gaitanitsa”.

La canna principale (gaitanitsa) ha 6 o 7 fori di misura diversa, forma cilindrica o finisce ad “imbuto” ed ha anche un “bibiki” applicato nella parte superiore. A parte i fori che si “suonano” con le dita, il suonatore apre altri fori, in punti diversi della canna, per migliorare il suo suono. Questi fori rimangono sempre aperti o si chiudono con la cera.

La gainda è diffusa in Macedonia e Tracia e molti anni fa, si suonava anche nel resto della Grecia continentale. Gainda con più di un “burì”, come quelle che si incontrano in Sud Europa e in Scozia, non sono conosciute in Grecia. Come la tsambuna, è uno strumento che si presta per la danza in modo particolare. Suona da sola o è accompagnata da “dacharè” (in Macedonia), “dauli” o “tubeleki” (in Tracia).

 

ZURNAS

 

Il zurnas, nel passato, era lo strumento più diffuso nella Grecia continentale e nelle Isole. Viene suonato abitualmente dagli zingari ed è ancora oggi, lo strumento principale in molte feste, dove almeno non è stato sostituito dal clarino, dal Peloponneso fino alla Macedonia. E’ un tubo a forma di imbuto o campana. Si costruisce, scolpendo legno duro (noce, quercia, olivo, ciliegio ecc.), oppure da foglie di bronzo (in questo caso la qualità del suono risulta inferiore). Zurnas viene denominato a Rumeli (Grecia centrale), dove si preferisce corto (20-30 cm). In Macedonia, dove arriva ai 60 cm, si chiama “karamuza”, mentre nel resto del paese, si chiama “pìpiza” ed è di una lunghezza media. Ha 7 fori per le dita ed 1 per il pollice, mentre ci sono anche altri fori cosiddetti di “aiuto”.

La caratteristica principale di zurnas è il “tsambuni” o “pipini”. E’ un piccolo pezzo di canna molto fina, di cui un lato è fissato nella parte superiore di zurnas. L’altro lato, viene “mozzicato”, per creare due linguette sottili, da dove passa l’aria che le fa vibrare. Così si produce il suono che passa nel tubo. Il “tsambuni” è molto sensibile e c’è bisogno di grande attenzione durante la sua costruzione: si deve trovare la canna giusta e tagliarla al momento opportuno, farla seccare per il tempo dovuto, darle la forma adeguata e conservarla bene fino al suo utilizzo. Il suonatore ha sempre con se molti “pipinia”, perchè si consumano dopo alcune ore di utilizzo.

Suonare il zurnas è molto faticoso perchè bisogna soffiare aria in continuazione. Il suonatore, ha le guance sempre gonfie e respira con il naso, senza smettere di soffiare, premendo le sue labbra sulla rotella metallica che ha lo strumento, proprio per questo  scopo, e che si chiama “furla”. Il suono è forte e penetrante, adatto per feste all’aperto. Sono accompagnati sempre da “dauli” e più spesso da un secondo zurnas che si chiama “bassadoros” e tiene “l’isso” (la tonalità). Il primo zurnas, suona la melodia e si chiama “màstoras” o “primadoros”, mentre il “bassadoros” tiene la tonalità e continua la melodia, quando il primo respira. In questo modo, si può dire che un’orchestra completa è composta da 2 zurnas e 1 dauli.

 

CLARINO

 

Il clarino ha fatto la sua apparizione in Grecia, dopo gli altri strumenti, all’inizio dell’800. In teoria, si tratta di una specie di grande tsambuna, dal momento che il suono iniziale è prodotto da un “glossidi” singolo, dove i fori del tubo si chiudono con tappi (klidià) e non direttamente con le dita. Inizialmente, si è cercato di costruire questo strumento in loco, visti i prezzi di quelli arrivati dall’estero, ma alla fine, quelli importati hanno dominato.

 

 

I vantaggi pratici che offre il clarino in confronto agli altri strumenti tradizionali, sono importanti. E’ meno stancante al soffio, ha un suono più forte, è più resistente ma soprattutto ha delle capacità melodiche decisamente superiori. Il suonatore di clarino può abbellire la melodia, aggiungendo delle note ed utilizzando varie tecniche, a tal punto che spesso, la forma tradizionale della melodia stessa, si fa irriconoscibile. Perciò, il clarino è stato adottato dai musicisti professionisti ed è diventato lo strumento principale dell’orchestra, accanto al violino, santuri e liuto.

Molti suonatori di clarino hanno iniziato suonando floghera, come pastori, ed hanno comprato il clarino dopo i prmi guadagni. Molti zingari, inoltre, hanno lasciato il zurnas per il clarino. Così il clarino, è diventato sinonimo della musica tradizionale nella Grecia continentale.

La differenza principale tra il clarino e gli strumenti descritti sopra, è che non è costruito dall’ organopectis (musicista), ma viene acquistato e non accetta alcuna modifica. Il suonatore di clarino non ha la possibilità di aprire altri fori sul tubo, per trovare il suono desiderato, come a tsambuna e al zurnas. Anche se il clarino è stato costruito per la musica occidentale, il suonatore tradizionale, cha ha imparato la musica greca, cerca in modi diversi di tornare verso questa, cercando di darle i suoni della scala naturale.

LIRA

 

La lira è lo strumento principale della musica di Creta. Negli anni passati era diffusa in tutta la Grecia ma progressivamente è stata sostituita dal violino. Oggi, viene suonata nel Dodecanneso, in Tracia e in Macedonia, oltre naturalmente a Creta. Al contrario degli strumenti a fiato, quelli a corda lasciano la possibilità al musicista di cantare contemporaneamente, perciò i suonatori di lira, sono spesso anche ottimi cantanti. Le piccole misure della lira, permettono un’esecuzione veloce e questo la rende adatta per le danze veloci delle Isole e di Tracia.

Il corpo della lira ha la lunghezza di 40-60 cm, e viene costruita utilizzando un pezzo unico di legno che viene scolpito per formare la “skafi” (vaschetta), il “cheri” (mano) e il “kefali” (testa). Il legno migliore è quello di pero ma ogni suonatore ha le sue preferenze. Sulla “skafi”, si incolla il “kapaki”, una foglia di legno sottilissima, di pino o cipresso, con le due caratteristiche aperture che si chiamano “matia” (occhi). Il “cheri” (mano) che è molto corto, si estende dalla curva di “skafi” (vaschetta) fino al “kefali” (testa) con le tre manopoline (striftalia) nella parte posteriore.

Le tre corde sono accordate in re-la-re oppure in re-sol-re. Negli anni precedenti, erano costruite con l’intestino della pecora. La prima corda si chiama “kandini”, è accordata più in alto è suona la melodia. La seconda si chiama “messaki’” e la più bassa, “vurgana”. La distanza tra le corde è grande, perchè nella lira, il suonatore, non preme le corde con le dita, come negli altri strumenti a corda, ma le spinge lateralmente con l’unghia.

Il suonatore, mentre suona la melodia con la prima o la seconda corda, tocca contempraneamente, con l’arco, la corda accanto, in modo tale di sentire un “isso”. Nel passato, l’arco era curvato, da peli dalla coda di cavallo, con alcune campanelle (gerakokuduna), per sottolineare il ritmo con i suoi movimenti. Oggi si usa l’arco del violino.

 

KEMENTSES

 

La forma di kementsès è molto somigliante ad una lunga scatola  che si restringe in alto e finisce a “kefali” (testa). La lunghezza è di 50-60 cm. La copertura della “vaschetta” è di legno di pino, molto fina, con due aperture curve (rothonia). Le corde sono 3 e si chiamano “zill”, “messea” e “chamba’”. Negli anni passati, erano di seta, in seguito d’intestino ed oggi di metallo. L’arco, di legno d’ulivo, è fatto con i peli della coda di cavallo (tsaria). Esiste anche un piccolo kementsès per bambini che si chiama “kementsopon”.

Il suonatore spesso sta in piedi, tenendo lo strumento verticalmente davanti a sè, con la sua mano sinistra. Canta e segue da vicino i danzatori per esaltarli con la voce e la musica. Suona la melodia, su due corde contemporaneamente, oppure su una sola, tenendo “l’isso” con l’altra. Con il kementsès si esegue, esclusivamente, musica di Pontos. Abitualmente suona senza essere accompagnato. Quando lo spazio è grande e aperto e non si riesce a sentire bene, può essere accompagnato da un altro kementsès o da un dauli.

I Greci della Cappadocia suonavano uno strumento simile che si chiama kemanès. La particolarità di kemanès è quella di avere, oltre alle 6 corde che sono suonate dall’arco,  altre 6 corde, in una seconda fila situata sotto le prime, che vibrano in sintonia con le altre.

 

VIOLI’

 

Lo sviluppo progressivo degli strumenti, come la lira, ha portato ad uno strumento più completo che è il violino. Ci sono riferimenti su musicisti Greci, che suonavano violini nel XVII secolo. Dopo aver conquistato sia la musica tradizionale, sia quella europea, il violino sembra  voler sostituire la lira greca, perchè offre delle potenzialità tecniche superiori. Ha 4 corde, accordate in sol-re-la-mi e si suona con un’arco lungo e dritto. I musicisti tradizionali, che hanno iniziato con la lira, lo accordano “alla turca”, cioè sol-re-la-re e lo tengono verticalmente davanti a sè, come la lira.

La sua diffusione è così grande che in molti paesi, le orchestre si chiamano “ta violià” (i violini). Nelle orchestre della Grecia continentale, è il secondo strumento dopo il clarino. Nelle Isole dell’Egeo, dello Ionio e a Cipro, è lo strumento principale. Oggi, solo Creta rimane fedele alla lira, e, in misura minore, il Dodecanneso. Come nel caso del clarino, che ha sostituito la floghera e il zurnas, così, anche il passaggio dalla lira al violino, ha apportato alcune modifiche alle caratteristiche della musica tradizionale. Con il violino, entriamo nella categoria degli strumenti, la cui  costruzione è affidata a tecnici ed esperti che si trovano nelle città e che, pertanto, posseggono  tutti gli attrezzi necessari.

 

LAUTO

 

Lo strumento d’accompagnamento, per eccellenza, in tutta la Grecia, è il lauto o laguto. Il clarino, il violino o la lira si sentono poveri se non sono sostenuti da un buon lauto. I tentativi che si fanno oggi nelle orchestre, di sostituire i lauti con le chitarre, non hanno successo, perchè il ricco e profondo suono che dà la sua “cassa”, è unico. Alcuni cantanti di Creta, eseguono le loro canzoni  accompagnandosi solo con il lauto. Sono virtuosi, perché, con questo strumento, suonano anche la melodia. Si chiamano “primadori lagutàrides”. Quando il suonatore di lira, è accompagnato da due laguti, a destra ha il “primadoro” e a sinistra il “bassadoro”.

Può arrivare fino alla lunghezza di 1 mt.: mezzo metro è la “cassa” (skafi) e l’altro mezzo è il “cheri” o “maniki” (mano) e il “kefali” o “karavolas” (testa). La cassa è composta da “dùghies”, cioè, striscie di legno duro che  sono state curvate, mettendole in alcune sagome particolari (kalùpia). Più striscie ha la “cassa”, meglio viene la curva ed il suono. Il “cheri” ha dei tasti mobili (berdedes), in modo tale che il suonatore può regolare lo strumento secondo le sue condizioni e la scala che vuole eseguire.

Ha 8 corde (4 paia). Nella prima coppia, le due corde sono accordate sullo stesso La, mentre, nelle altre tre coppie, Re, Sol e Do, hanno tra loro lo spazio di un’ottava. Nei tempi passati veniva suonato con la penna di un grande uccello, preferibilmente rapace, attualmente le penne sono di plastica.

L’orchestra delle Isole è generalmente composta da lira e lauto oppure violino e lauto oppure santuri e lauto. Nel continente il lauto accompagna il clarino, mentre l’orchestra è composta da clarino, violino, lauto e santuri. Qualche volta, quando non c’è il lauto, vengono messe  ad una chitarra 8 corde, accordate come il lauto, questo strumento viene  chiamato lautochitarra.

 

UTI

 

E’ lo strumento principale della musica orientale e forse il più antico, che conserva ancora oggi, la sua forma iniziale. Nel modo di costruirlo, l’uti ha delle somiglianze con il lauto. Ha una simile grande cassa ma il “cheri” (mano) è molto corto senza tasti (berdedes).

Ha 5 paia di corde, accordate in la-sol-re-la-mi oppure in sol-re-la-mi-re e qualche volta ha anche un’undicesima corda. Si suona come i lauto. E’ più adatto a suonare la melodia che ad accompagnare altri strumenti. I profughi dall’Asia Minore e dalla Tracia dell’Est, hanno portato con loro molti uti. Oggi sono pochi quelli che suonano questo strumento.

 

 

BUZUKI E BAGLAMAS

 

Il buzuki appartiene ad una grande famiglia di strumenti, le cui radici arrivano fino all’antichità. Il nome iniziale era “pandura” (noto strumento dei bizantini), che con il tempo si trasforma in “tambura”. A questa famiglia appartiene anche il lauto. Caratteristiche comuni di questi strumenti sono: la cassa a forma di pera (semisferica), il “cheri” (mano) lungo, con tasti mobili (berdedes) e le 3 o 4 corde, spesso doppie.

Il “sazi” e la “tambura” hanno cassa piccola e “mano” lunga. Sono adatti a suonare canzoni in piccoli spazi. Non si suonano più in Grecia dall’inizio del ‘900. Il mandolino viene suonato ancora nelle Isole dello Ionio e a Patrasso. Precedentemente, era molto diffuso in tutte le città dell’Egeo ed era l’unico strumento che veniva imparato dalle ragazze. La chitarra era meno diffusa perchè  collegata  alla musica europea.

Il buzuki è diventato famoso in Grecia e all’estero, dagli anni 50 in poi, come lo strumento che accompagna le canzoni “ta rebetica”. Oggi, ha una richiesta particolare ed è l’unico degli strumenti popolari che viene appreso “in massa” dai giovani. Ha 4 paia di corde metalliche, o 2 singole e 2 doppie, tasti fissi,  lunghezza intorno a 1 mt. La melodia, abitualmente si suona sulla corda più fina, che si chiama “kandini”, con doppio suono (tsifte-teli in turco). Quando il danzatore ordina: “suonalo alla buglara”, vuol dire che lo vuole suonato sulla corda grossa.

Il baglamas è un buzuki in miniatura, con 3 corde singole o doppie. In una lunghezza media, si chiama “karaduzeni”. Si accorda su una ottava più alta del buzuki. Viene costruito con facilità, spesso nelle carceri, sulle navi o nell’esercito, perchè ha il vantaggio delle piccole dimensioni e può essere trasportato ovunque.

Al contrario del “sazi” e della “tambura”, che suonano solo note di musica orientale, il buzuki e il baglamas hanno tasti che permettono note di una scala precisa (toni e semitoni europei).

 

SANTURI E KANONAKI

 

Questi strumenti sono parenti, perchè hanno entrambi cassa a forma di trapezio e profondità di pochi centimetri. Così, il suonatore non tiene lo strumento in mano ma lo appoggia davanti a sè, orizzontalmente, sulle sue ginocchia,  su un tavolinetto o appeso al collo, quando suona camminando. La grande larghezza della cassa a forma di trapezio (circa 50 cm), permette l’applicazione di un gran numero di corde e così, lo strumento arriva a coprire uno spazio, oltre le tre ottave, con doppie fino a quintuple corde. Si accorda con una chiave a forma di T.

Il santuri è conosciuto in tutta la Grecia e specialmente nelle zone costiere, dove si suona ancora oggi. Ha una forma di trapezio, lunghezza che arriva ad un metro e 140 corde. Si suona con 2 martelletti di legno (baghette), che hanno, legato sulla punta,  un pezzettino di pelle o cotone. E’ adatto come primo strumento o per accompagnamento, perciò lo incontriamo sia nelle orchestre continentali, sia nelle isolane e nelle rebetiche.

Nel kanonaki, la cassa ha la parte destra verticale alla base del trapezio e si suona con le penne che vengono applicate sulle dita con fermagli, una all’indice di ogni mano. E’ una specie di arpa orizzontale che, con il nome “psaltìrio”, era conosciuta dall’antichità in forme diverse.

Il kanonaki, ha una particolarità, che gli conferisce il titolo dello strumento perfetto della musica greca ma anche mondiale. Sotto le corde, ha una serie di membrane metalliche mobili che, quando si alzano, funzionano come tasti mobili, cioè diminuiscono di alcuni millimetri la lunghezza della corda. Queste membrane, si chiamano “mandalàkia”. Il suonatore, mentre suona, può alzare o abbassare il “madalàki” desiderato, cambiando così il suono della corda, di un piccolissimo spazio di nota. In questo modo, si dà la possibilità di suonare con assoluta precisione, tutte le note della musica orientale, e di conseguenza, in tutte le sue scale possibili. Con altri strumenti, una cosa simile è impensabile (quando hanno tasti fissi), oppure può essere possibile solo se un suonatore ha incredibili capacità.
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